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Le specie aliene invasive rappresentano oggi una delle principali minacce alla biodiversità italiana e europea, ma la loro reale incidenza sugli ecosistemi è spesso difficile da misurare con dati quantitativi e su larga scala. Un nuovo studio scientifico coordinato dal Museo di Archeologia e Scienze Naturali “G. Zannato” di Montecchio Maggiore (Vicenza) che ha messo insieme collezioni, reperti e citizen-science, offre ora un primo modello per valutare questi impatti, utilizzando alcune specie di mantidi aliene del genere Hierodula, recentemente introdotte dall’Asia, come veri e propri bioindicatori dei processi di invasione biologica in atto.
La ricerca, pubblicata sulla rivista internazionale Journal of Orthoptera Research, avviata con una collaborazione tra il Museo Zannato e l'Università degli studi di Padova, integra sperimentazione di laboratorio, analisi comportamentali, modellazione ecologica e oltre 2.300 segnalazioni raccolte tramite citizen-science da cittadini e appassionati da ogni parte dell'Italia. Il lavoro dimostra come una specie aliena, una volta stabilizzata, possa rapidamente raggiungere elevate densità, interferire con la biologia delle specie autoctone, alterare le reti trofiche e incidere su servizi ecosistemici chiave. Lo studio ha infatti evidenziato come questi predatori asiatici abbiano una prolificità quasi doppia (165%) rispetto alla nostrana Mantis religiosa e si nutrano principalmente di insetti impollinatori (58% delle predazioni registrate).
«Da qualche anno in estate e in autunno osserviamo nei parchi e giardini un numero sempre maggiore di questi grossi insetti», spiega Roberto Battiston, conservatore naturalista del Museo Zannato e coordinatore scientifico dello studio. «Le mantidi sono animali curiosi e affascinanti ma quando vengono spostati dal loro luogo d'origine possono creare problemi e finora non era ben chiaro quali. Ora sappiamo che queste specie esotiche sono in grado di predare un gran numero di impollinatori, persino piccoli vertebrati e specie minacciate di estinzione, modificando equilibri ecologici costruiti in migliaia di anni. Sono una spia di una globalizzazione che sta compromettendo in modo pesante diversi ecosistemi, spesso in modo silenzioso».
«Questi risultati – continua Battiston – rafforzano l’idea che la gestione delle specie aliene non possa limitarsi al semplice monitoraggio, ma debba basarsi su una reale valutazione degli impatti, possibile solo attraverso una rete di contatti e collaborazioni. Questa ricerca è nata infatti da una collaborazione del Museo Zannato con l'Università degli Studi di Padova, con una tesi di laurea svolta proprio sulle collezioni entomologiche del museo e si è allarga poi con altri attori».
Un elemento centrale dello studio è stato infatti il contributo della citizen-science. La maggior parte dei dati di campo proviene infatti dal PMA (Progetto Mantidi Aliene), una piattaforma coordinata a livello nazionale che ha raccolto migliaia di osservazioni georeferenziate da parte di cittadini, fotografi naturalisti e appassionati. «Senza il coinvolgimento diretto delle persone sul territorio non avremmo mai potuto ottenere una visione così ampia e dettagliata», sottolineano William Di Pietro e Antonio Fasano del GRIO (Gruppo di Ricerca sugli Insetti Ortotteroidei), coautori della ricerca. «Il PMA dimostra come la citizen-science non sia solo divulgazione, ma uno strumento scientifico vero e proprio, capace di intercettare precocemente le invasioni biologiche, di documentarne gli effetti su scala spaziale e temporale, ma soprattutto di arrivare alle persone, coinvolgerle e sensibilizzarle su problemi ambientali in modo efficace».
Secondo i ricercatori, questo approccio integrato – musei, università, associazioni scientifiche e cittadini – rappresenta un modello replicabile anche per altri gruppi di organismi invasivi, dalle piante agli invertebrati, fino ai vertebrati esotici.
«Le specie aliene – aggiunge Andrea Palma, assessore alla cultura di Montecchio Maggiore – sono una delle grandi sfide ambientali del nostro tempo in cui i musei e le collaborazioni scientifiche possono fare la differenza. Creando dei filtri tra la comunità accademica e i cittadini, unendo competenze scientifiche e partecipazione pubblica, è possibile non solo comprenderne meglio gli impatti, ma anche costruire le basi per politiche di prevenzione e controllo più tempestive ed efficaci, a tutela della biodiversità europea».
Per maggiori informazioni:
Museo di Archeologia e Scienze Naturali "G. Zannato"
Piazza Marconi, 17 Montecchio Maggiore
tel. 0444 492565
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Ultimo aggiornamento: 25 febbraio 2026, 09:18